Ricevere un’intimazione di pagamento o un avviso di addebito dall’INPS (tramite l’Agente della Riscossione) può spaventare. La prima domanda che ci si pone in questi casi è quasi sempre la stessa: “Ma questo debito non è vecchio? È andato in prescrizione?”.
La prescrizione è un po’ come un timer: se l’ente pubblico fa passare troppo tempo senza chiedere i soldi, quel timer scade e il cittadino non è più tenuto a pagare. Ma attenzione: questo timer non corre sempre alla stessa velocità e, a volte, si ferma.
Capiamo insieme come funziona in modo semplice.
Qual è il termine di prescrizione per i contributi INPS?
In linea generale, il timer per i contributi previdenziali (i soldi che si pagano per la futura pensione) dura 5 anni.
Se l’INPS o l’Agente della Riscossione non inviano alcun atto ufficiale per 5 anni, il debito si cancella. Se invece ti notificano un atto prima della scadenza, il timer si azzera e ricomincia a contare da capo per altri 5 anni.
L’importanza dei 40 giorni per fare ricorso
Capita spesso che chi riceve un’intimazione di pagamento chieda al Giudice del Lavoro di annullare vecchi avvisi di addebito, sostenendo di non averli mai ricevuti prima.
In questi casi valgono due regole fondamentali che tutti dovrebbero conoscere:
1. I documenti ufficiali non si possono ignorare
Se risulta che i vecchi avvisi di addebito sono stati regolarmente notificati, anche tramite PEC, il ricorso su questo punto è “inammissibile”. Perché? Perché per contestare un avviso di addebito nel merito ci sono soltanto 40 giorni di tempo dalla notifica. Passato quel termine, l’atto diventa definitivo.
2. Il calcolo della prescrizione successiva
Resta però possibile verificare se sia passata la prescrizione dopo quelle notifiche. Nel calcolo, però, bisogna ricordare che la legge prevede dei periodi in cui il timer si ferma.
Attenzione alle sospensioni: la legge ferma il timer
Molti non sanno che durante il periodo della pandemia (emergenza Covid-19), lo Stato ha deciso di sospendere i termini di prescrizione per i contributi previdenziali. Significa che il timer si è letteralmente “congelato” per permettere agli enti di recuperare i mesi di blocco.
Nello specifico:
- Una prima legge ha fermato il timer per 129 giorni (nel 2020).
- Una seconda legge lo ha fermato per altri 182 giorni (tra il 2020 e il 2021).
In totale, ci sono stati 311 giorni di sospensione. Questo significa che ai classici 5 anni bisogna aggiungere quasi un anno in più. Per questo un atto che sembra arrivato dopo i 5 anni può essere ancora valido, se nel calcolo si tiene conto della sospensione.
Cosa fare se ricevi un atto giudiziario o una cartella?
La lezione principale è che il tempo è il fattore più importante. Quando arriva una cartella esattoriale o una PEC dall’INPS:
- Controlla subito la data: i giorni per difendersi volano (spesso sono solo 40 o 60).
- Non fare calcoli fai-da-te: come hai visto, calcolare la prescrizione non significa solo contare 5 anni sul calendario, ma bisogna conoscere le leggi speciali e le sospensioni.
- Conserva le ricevute: le notifiche via PEC lasciano una traccia digitale immediata che fa fede in tribunale.
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